Intervista a S.

Che tipo di percorso è il “rendersene conto”? Quando iniziavi a provare delle difficoltà, com’era la tua percezione del disturbo alimentare?

Sapevo di avere non dico un problema, perché non lo percepivo come tale, ma una difficoltà. Il cibo mi creava un ostacolo, e non ero serena quando dovevo affrontare situazioni inerenti ad esso, specie in presenza degli altri. Ero consapevole di non seguire una dieta corretta, ma al tempo stesso non mi rendevo conto che fosse una cosa compromettente. Non vivevo tutto questo con ansia o preoccupazione, finché la cosa non si è protratta nel tempo: mi illudevo che avrei potuto superare l’ostacolo con il suo passare, e che le cose si sarebbero sistemate da sole, ma in realtà è stato un cronicizzarsi della cosa. Durante tutto il percorso universitario ho continuato a seguire questa pseudo dieta, fatta da me, completamente sbilanciata, che alternava fasi in cui andava meglio e riuscivo a mangiare anche quello che mi serviva, ad altre in cui, invece, era come se mi sentissi in dovere di punirmi.
Mia madre per tanti mesi ha provato a convincermi a rivolgermi ad una dietista, ad un medico e ad intraprendere una via alla quale continuavo a negarmi: dopo il percorso fatto in precedenza con la psicoterapia, mi sentivo più forte e credevo che avrei risolto, un po’ con il tempo, un po’ con la forza di volontà. Per farla contenta – e forse anche per concedermi una possibilità – ho deciso di venire qui. Non è stato facile all’inizio, ero molto scettica, e devo ammettere che, per tanto tempo, sono andata avanti per far piacere a chi mi suggeriva di farlo. Poi, con il passare del tempo, uso un’espressione un po’ particolare, ci ho preso gusto, nel senso che mi sono resa conto che forse quello che avevo iniziato non era così sbagliato. C’è voluto veramente tanto tempo: tutto il primo anno – è ormai da due che vado avanti – venivo qui senza essere troppo convinta della cosa, forse anche perché quella forza, quell’impulso che mi spingeva a punirmi, a condannarmi stava prendendo forza. Andando avanti ho capito che più lavoravo più andavo a scavare nelle mie difficoltà, del presente e del passato, e più arrivavo a scoprire qualcosa che da sola non avrei visto. Nei mesi ho scoperto tantissime cose di me stessa, ma anche di ciò che mi circonda: del mio modo di rapportarmi agli altri, della mia storia passata, di quanto il peso del passato influisca sul presente. Questo percorso di cura può aiutarmi a ritrovare quella forza che so di avere dentro, ma che da sola non riesco a far emergere. interviste 2Di carattere, faccio difficoltà ad avere fiducia, un po’ per tutte le batoste che ho ricevuto nel passato, e un po’ perché ho anche la pretesa di volercela fare da sola: ad un certo punto, però, mi sono sentita completamente sola e indifesa, e ho capito che senza un aiuto non ce l’avrei fatta ad andare avanti. Mi ritengo veramente fortunata ad aver trovato delle persone che hanno saputo accogliermi, e per me è stato veramente importante saper di poter contare su questa ancora di salvezza, quando ho provato a tendere la mano fuori dal vortice in cui stavo scivolando. Soprattutto negli ultimi mesi, con l’intensificarsi del percorso, ho imparato tante cose, e sto lavorando anche sulla parte dietologica che avevo inizialmente accantonato, perché sentivo di non averne bisogno e di dover insistere soprattutto sul lato psicologico. Sto acquisendo gli strumenti per riuscire a mettere in atto quei comportamenti che so mi farebbero stare bene – ma a volte è come se ancora ci fosse una forza che mi trattiene, e quindi sto provando a controllarla. Io non penso che di questa malattia ci si possa liberare completamente, ma penso che si possa scendere ad un compromesso: capire che ci può essere la malattia, ma ci può essere anche Sandra. Sto lavorando per far sì che la forza che ho dentro mi aiuti a vivere serenamente, anche con le mie difficoltà; è un percorso lungo, sono cose che non si risolvono di certo da un giorno per l’altro, è un problema che sto portando avanti da tanti anni e so che farò difficoltà a sradicare, ma penso che il percorso di cura mi possa aiutare ad affrontarlo più serenamente, ecco.

Tu hai detto che ci può essere la malattia, ma ci puoi essere anche tu. Quanto la malattia ha influito nel raggiungimento dei risultati che hai ottenuto? Sono già questi obiettivi il frutto del compromesso di cui tu parli?

C’è un prezzo molto caro da pagare quando si convive con il disturbo alimentare. Il mio senso del dovere è accentuato al massimo, e questo, da un lato, mi ha permesso di ottenere risultati importanti a livello di carriera scolastica, universitaria e spero, in seguito, professionale, ma dall’altro mi ha portato a focalizzarmi troppo su ciò che dovevo fare e poco su quello che volevo fare. Non riuscivo a ritagliarmi spazi di piacere, né per me né per gli altri, e nella mia impossibilità a vedere qualcosa oltre a dovere, impegno, lavoro e studio, ho sempre sacrificato divertimenti, svaghi e tutte quelle cose che appartengono di più alle persone della mia età, e per questo mi sono sentita sempre un po’ tagliata fuori: diversa, ma non perché unica e con delle qualità importanti, diversa perché mancante di qualcosa che i miei coetanei avevano. Infatti ho sempre avuto più facilità a relazionarmi con persone più grandi di me. Non riuscire a ritagliarsi niente per sé, e sacrificare quello che si è per degli obiettivi che non dico siano fini a sé stessi, ma che non potrebbero esistere da soli. Nel mio percorso ho capito che il piacere è importante tanto quanto il dovere, e ho capito che io ho sempre dato troppo al secondo: questo mi ha portato a perdere gli amici e il desiderio di essere spensierata, per rifugiarmi nella realizzazione che l’eseguire quello che dovevo fare mi dava.

Tu segui questo percorso da due anni, e ti sta insegnando tanto. Ma dopo cosa vedi? Se il dovere ti focalizza sul presente, su quello che devi fare adesso, stai imparando a costruire una visione del futuro che non preveda solo questi elementi? Dove vedi la famosa luce in fondo al tunnel?

Sicuramente ho capito che c’è una direzione alternativa al buio che vedevo all’inizio: un’altra via, per quanto faticosissima da intraprendere. Impegnandosi, i risultati che questa via può dare sono molto più appaganti. La mia speranza è quella di arrivare a sentirmi più libera, e totalmente autonoma nella scelta di seguire quella luce; anche se il buio continua a volermi trascinare dall’altra parte, io sento sempre più di voler andare in quel senso. Voglio che diventi una scelta quotidiana e consapevole: è faticoso, vista l’intensità dell’altra forza e la facilità di cedervi, scivolare e lasciarsi andare, ma sto capendo che con un impegno costante, fatto di sacrifici e lacrime, passo dopo passo si può ottenere qualcosa. In questo momento il mio futuro è il bisogno di risolvere questa cosa, e di fare chiarezza, trovare serenità e armonia, perché, se non riesco a raggiungere un equilibrio in questo non riuscirò mai ad affrontare anche il resto serenamente. Paradossalmente in alcuni momenti viene spontaneo e risulta rassicurante aggrapparsi masochisticamente all’impulso che ti vorrebbe punire, schiacciare e mettere a tacere , però sto capendo che dentro di me ci sono anche le risorse per fare diversamente, fare qualcosa che mi faccia davvero stare bene. Penso che quindi il mio primo obiettivo per il futuro sia quello di arrivare a sentirmi meglio, per poter affrontare quelli che sono i miei progetti lavorativi con più serenità, arrivando a godermeli, perché ottenere risultati senza riuscire a sentirli fa veramente male, e a quel punto non vale neanche la pena aver lavorato tanto.

Adesso che il tuo percorso è diventato sempre più una scelta consapevole, pensi che sia importante, per le persone che non riescono ancora a farlo, arrivare a fare questa scelta? Come si può consigliare loro di chiedere aiuto?

Capisco la difficoltà e la fatica, perché per me è stato altrettanto difficile e faticoso concedermi questa possibilità; però solo andando avanti nel percorso mi sono resa conto che è una possibilità di vita, e che non significa arrendersi o rassegnarsi; ho imparato che da soli non si va da nessuna parte. Con questa malattia, ad un certo punto, è come se una parte di te non reggesse più, sia una questione di corpo o di mente, è come un cortocircuito. Per questo serve qualcuno che ti dia una direzione o, perlomeno, ti apra un ventaglio di possibilità. Nel mio percorso non sono mai stata obbligata a fare nulla, bensì molto assecondata. La cosa più bella è sentirsi ascoltata per essere accolta, quello che fuori non riesco a sentire: è come se quello che provo e quello che dico, attraverso questo percorso, abbiano acquisito un peso. Vincere la difficoltà di chiedere aiuto credo sia un traguardo per sé ancor prima che per gli altri, perché significa concedersi una possibilità di diventare più consapevoli e padroni della propria vita; lasciarsi trascinare dalla forza negativa e essere in balia degli impulsi che non fanno che farti del male, ti porta a non vivere tutto quello che ogni giorno hai davanti. Io credo che la difficoltà principale nello scegliere di chiedere aiuto sia la paura che gli altri prendano in mano la nostra vita: ora ho capito che chi ci aiuta è lì per darci gli strumenti per riprenderla in mano. Nessuno si può sostituire a noi, e solo se abbiamo qualcuno che ci fa vedere quello che siamo, quello che possiamo fare e quello che abbiamo dentro – perché la lente della malattia ci ha offuscato e ci ha annebbiato la vista, non permettendoci di vederlo – possiamo prendere in mano la situazione, e fare una scelta di vita più consapevole. Nel corso dei mesi ho capito che stavo andando nella direzione in cui la malattia mi stava trascinando e che, a un certo punto, ero ad una sorta di impasse: continuare verso il buio – cosa che, giorno dopo giorno, mi faceva stare sempre peggio – o ascoltare chi aveva le chiavi per smuovere la situazione, per avere un’altra chance, nonostante la voce della malattia non volesse concedermela. Ci sono stati dei momenti in cui non sentivo veramente la forza di fare, dire e pensare a nulla, e se non avessi avuto al mio fianco qualcuno pronto ad aiutarmi a capire quanto avessi bisogno di pensare e fare qualcosa, e l’effettiva importanza di quel qualcosa, mi sarei persa.

Sembra che trovi molto utile il fatto di raccontarti e parlare, non sembri avere delle difficoltà. Qual è la tua motivazione in questo? Pensi possa essere qualcosa di utile anche per gli altri?

L’ho capito soprattutto negli ultimi mesi: penso sia utile per me, perché mi permette di ascoltarmi di più e di arrivare a capirmi meglio, e per gli altri, perché – lo vedo anche dal mio punto di vista – quando leggo quello che scrivono le altre ragazze, anche attraverso i social network, è facile trovare dei punti sui quali confrontarsi. Quando ci si riconosce in qualcosa ci si sente un po’ meno soli, e quando si legge di qualcuno che ce l’ha fatta, che ha raggiunto anche solo un piccolo traguardo quotidiano, si ritrova la forza per andare avanti e per lottare. Credo sia importante darsi una mano a vicenda perché solo chi lo vive in prima persona può capire veramente, fino in fondo, che cosa significa lottare ogni giorno contro questo impulso. Proprio perché è difficile trovare delle guide esperte che capiscano di cosa una persona ha bisogno, farsi forza a vicenda può dare quello stimolo in più per impegnarsi, e per continuare a seguire quelle guide una volta che si è scelto di affidarvisi. Penso che, se tutto quello che ho fatto, sto facendo e farò può essere utile per gli altri, questa cosa mi può rendere felice, perché credo che quello di cui più si ha bisogno in questa malattia è sentirsi meno soli. Io, quando leggo le storie di altre persone, mi sento un po’ meno sola, e al tempo stesso capisco che è qualcosa con cui si può convivere quotidianamente. A volte senti la voglia di mollare tutto, e invece ti rendi conto che tante altre persone stanno lottando, stanno vivendo la sofferenza, però arrivano a conviverci, e tu non puoi essere da meno, perché se sei al mondo un motivo c’è, un diritto a starci devi avercelo.

Intervista realizzata per il CenTeR Mestre (Centro Terapia e Ricerca Disturbi Alimentari di Mestre, VE).

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La trappola delle colpe

19.09.2015

senso di colpa

Cercare il “perché” delle cose spesso equivale alla ricerca di colpe. Dare un nome (la maggior parte delle volte proprio di persona) alle situazioni e alle circostanze ci appare come il rimedio a quello che ci sta accadendo, delineare il problema, avere dei dati oggettivi ai quali appigliarci sembra il modo per capire quello che ci sta accadendo e non ci rendiamo conto che può essere solo la strada per allontanarci da noi stessi, posto in cui riposano e si nascondono le ombre del nostro disagio.

Per anni anche io ho cercato ragioni, cause e colpe, non mi vergogno a dirlo, della mia Anoressia. Per rendere ancora più attendibili le mie teorie mi rintanavo nelle spiegazioni che gli specialisti davano e danno rispetto alle situazioni tipo dei disturbi alimentari, cercando delle corrispondenze che apparentemente soddisfavano il mio bisogno di risposte…però quelle risposte non mi facevano stare meglio…. forse perché rimanevano lì come un elenco sterile da leggere e non da vivere. Ogni voce di quell’elenco poteva essere collegato ad un episodio, un’istantanea illuminazione che si affievoliva velocemente perché nell’etichetta nascondevo il buio che comunque rimaneva li.

Colpa di mia madre, colpa di una storia andata male, colpa mia? “Colpe che persistono perché le persone che ho accanto anche ora che sto male non sanno come comportarsi con me ed io non so come comportarmi rispetto a tutto questo” pensavo…ecco LA TRAPPOLA DELLE COLPE, un gran bel modo per ‘rimanere fermi’.

I DCA prendono forma da attimi di vita, singoli attimi di vita in cui diverse storie personali vengono a contatto nel quotidiano e non solo nell’episodio, e molto spesso questo si dimentica. Se vogliamo parlare proprio di situazioni tipo, spesso passa in secondo piano che non esistono solo i ruoli ma anche, e soprattutto, le persone: quindi una madre/donna e un padre/uomo che si relazionano con una figlia/bambina/donna, un fidanzato/uomo che vive un rapporto con una fidanzata/donna e tutto questo nella vita di tutti i giorni. Non ha molto senso attribuire una data o un nome ad un Disturbo Alimentare, o seguire un protocollo comportamentale per fronteggiarli. Io posso invece dire che ha molto più senso venire a contatto non solo con i ruoli, ma anche, e soprattutto, con le PERSONE e imparare a differenziarsi.

R.