Intervista a G.

Nel percorso che stai seguendo, hai iniziato a sviluppare qualche idea sul perché sia successo tutto questo? Sei già arrivata a capire cosa avrebbe potuto crearti un disagio tale da allontanarti da ciò che sei veramente?

Penso che ci siano una serie di motivi, ma non uno scatenante in particolare: è semplicemente capitato in quel momento. Dopo una forte delusione d’amore, ho ricercato in famiglia un sostegno, un aiuto, e non c’è stato, quindi mi sono chiusa in me stessa, e da lì è partita la debolezza che ha permesso alla malattia di travolgermi. La malattia è come una gabbia, in cui io mi sentivo imprigionata, con il mondo al di fuori. Non vedevo interesse in quello che facevo, non vedevo la mia libertà, non vedevo l’orizzonte; ero chiusa dentro e non riuscivo ad uscirne. Adesso posso dire che vedo il mondo a colori, ma prima era tutto nero e offuscato. A livello fisico ero arrivata ad una magrezza estrema – ero quasi tredici chili in meno di quello che sono adesso. Ora sto meglio, sono rientrata nella normalità, ma avevo raggiunto un punto estremamente pericoloso, stavo per morire.

Quello che posso dire a chi si trova davanti ad una situazione simile è, anzitutto, di rivolgersi a persone esperte. Da soli non ce la si fa, e nemmeno con l’aiuto di chi ti sta vicino, come la famiglia e gli amici che, si, possono tirarti su, ma il disagio è una questione che coinvolge sia il corpo che la mente, e quindi tutta la sfera psicologica. È un insieme di cose, e le persone che hanno studiato questo contesto e la malattia possono aiutare.

interviste.jpgPensi che il giudizio degli altri, nel tuo caso ma non solo, sia uno dei fattori scatenanti di questi tipi di disagio? Sentirsi giudicati, o sapere che gli altri parlano, senza magari avere una chiara idea di come stiano le cose, aggrava i problemi?

Si, questo si, anche perché – mentre adesso, se mi giudicano o mi rivolgono una critica, so replicare poiché, bene o male so quello che sono e quello che valgo – quando si è all’interno della malattia, e ci si sente frustrato, debole e triste, ogni critica che ti viene fatta diventa un motivo per penalizzarsi, magari mangiando meno, come succedeva a me. È frustrante: era come se il problema fossi io.

Attribuire le cause del problema a se stessi sembra abbastanza comune in questi casi; dare un peso, anche eccessivo alla “ragione altrui” danneggiando sé stessi e accrescendo la frustrazione e la voglia di punirsi. Era così anche per te?

È proprio questo che intendo: ero diventata io il problema, e mi sentivo in colpa per tutto.

Approcciarti ad una realtà con persone qualificate, che hai già detto essere il modo migliore per affrontare i problemi, ti ha fatto capire meglio come stanno le cose? Oltre al recupero della forma fisica, stai percependo altri benefici?

Quando ero nel mezzo della malattia non mi rendevo assolutamente conto di niente, pensavo solamente di essere triste, e il mio corpo non era importante. Stavo peggio dentro di me, nei miei pensieri, più di quanto si vedesse da fuori e manifestassi con il corpo: e già il mio corpo, praticamente, non c’era. Rivolgermi al centro perché mi ero rivista nelle parole di altre ragazze, e in quello che i medici spiegavano riguardo alla malattia e a come ci si comportasse in questo caso, è stato necessario, perché ho voglia di vivere la mia vita. Mi sono detta “hai un mondo, una vita davanti”; è stato tutto in salita ma ho visto, in fondo, la luce.

Chi ha un livello di consapevolezza sufficientemente avanzato su quello che è stato, è e sarà, può porsi come fonte di ispirazione, proprio come nel tuo caso, attraverso l’informazione. Parlarne non è mai semplice, anche e soprattutto per chi non viene e non conosce appieno il mondo scientifico su cui la terapia si basa.

È stato la mia ancora di salvezza, lo spiraglio di luce quando sono arrivata al fondo e sentivo non potesse esserci di peggio per me. Mi sentivo estraniata dal mondo, ed ero il nulla più totale. Quando mi sono rivolta al centro, mi è stata fatta fare una linea del tempo, che mi è stata utilissima. Ho iniziato a ricostruire il mio passato, e a capire da cosa potesse essere scaturito tutto questo, rapportandolo con il mio presente. È stato bello capire quali erano i punti di questa linea che mi mettevano ansia, rabbia; erano queste le sensazioni predominanti, insieme alla paura, e per questo avevo colorato tutto di grigio e di nero. Anche quella grande delusione d’amore, l’abbandono che aveva scatenato l’insieme dei miei sentimenti negativi, aveva un colore grigio se ci ripenso: non era un bel ricordo.

Ascoltandoti, si direbbe che sei dotata di un buon livello di consapevolezza e forza. Prima di tutto questo tu ti reputavi tale?

No, anzi. Forse non mi ero mai nemmeno posta il problema, e vivevo tranquillamente; sono sempre stata bene con me stessa e con il mio corpo, che prima dei problemi non era un indicatore di come stavo per gli altri. Nella malattia è diventato un segnale per manifestare il mio disagio e richiedere aiuto agli altri, ma in modo involontario, quasi senza rendermene conto. L’abitudine a ridurre costantemente quello che mangiavo aveva creato un circolo vizioso. Adesso ho imparato a credere in me stessa e a volermi bene non solo come persona, ma anche al mio corpo, che è diventato parte di quello che sono, non una cosa distinta. Ora, dopo la malattia, credo di essere diventata una persona forte, pur mantenendo la tranquillità che è nel mio carattere.

Intervista realizzata per il CenTeR Mestre (Centro Terapia e Ricerca Disturbi Alimentari di Mestre, VE).

 

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