Oggi non voglio

22.12.2015

OGGI NON HO VOGLIA.

Non ho voglia di vedere nessuno, di sentire nessuno, sono assente.

Non ho voglia di alzarmi dal letto, di trascinarmi lì fuori, dove tutto è freddo, lontano, inavvicinabile.

Non ho voglia di cercarti, di chiamarti, il tuo sguardo impassibile e i tuoi sorrisi di circostanza mi ferirebbero, ancora una volta.

Non ho voglia di ascoltare la sofferenza che mi stringe le ossa, che soffoca il respiro, che trattiene le parole.

Non ho voglia di mangiare, lo stomaco è chiuso, le serrande sono chiuse, oggi ferie.

Non ho voglia di piangere, lacrime sprecate di cui nessuno si accorgerebbe, a cui nessuno importerebbe.

Non ho voglia di aprire i balconi, da cui un fascio di luce filtra anche nel buio più profondo della mia stanza.

Basterebbe un sorriso, un abbraccio, anche solo uno sguardo, per tornare a respirare.

Basterebbe un’intuizione, un sogno, anche solo un progetto, per ricominciare a sperare.

OGGI NON VOGLIO.

Non voglio musica, né libri, nel silenzio i pensieri fanno già troppo chiasso.

Non voglio calore, né luce, temo soffocherei, temo rimarrei accecata.

Non voglio perderti, non voglio lasciarti andare, non mi lasciare affogare, non mi abbandonare al buio, da sola.

Non voglio ‘di più’, non basterebbe comunque.

Non voglio che tu mi stringa a te, potremmo non sentire nulla, o persino frantumarci.

Non voglio sentirmi schiacciare dal peso del dolore, il dolore non ha peso.

Non voglio farti del male, non voglio ferirti, non voglio ferirmi.

Non voglio nulla, tutto mi è indifferente, nulla sembra avere un senso, un peso, un valore. A volte nemmeno io.

Batto in ritirata, in un vicolo cieco. Non voglio vivere, non ho voglia di vivere”, sussurra una voce.

Ma oggi, oggi non ho voglia di ascoltarla. Non voglio perdere la speranza, la speranza che un giorno quella voce esaurirà il suo fiato, e tutto cambierà, e tutto rinascerà, e il sole tornerà a riscaldare anche le profondità più oscure della mia anima.

S.

Hope

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Oltre ‘quel numero’

28.05.2015

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Odio quel numero: quel numero sulla bilancia, quel numero sul contapassi, quel numero sull’etichetta dei vestiti, quel numero sul retro delle confezioni. Com’è possibile che quel numero, quel maledetto numero, possa determinare e far cambiare, d’improvviso e con violenza, l’umore, i contorni allo specchio, i movimenti e i rituali di una giornata? Com’è possibile che quel numero possa decidere come ti devi sentire, come ti devi punire o premiare, cosa puoi e non puoi fare, cosa puoi e non puoi dire, cosa leggere nello sguardo degli altri quando ti guardano? Chi gli ha concesso tutto questo potere, chi gliel’ha permesso?

E’ come se quel numero, quei numeri, fossero un segno tangibile per la ‘voce’, quella voce sempre all’erta, che ci si illude di poter imbavagliare, di poter controllare e mettere a tacere. Quella voce non ti scusa, non perdona, non transige, non si lascia sfuggire nulla, non lascia passare nulla…non molla! Se per un attimo si era distratta, si era assopita, peggio ancora: e via che riparte all’attacco… E’ per la vita, come un marchio tatuato sulla pelle, a ricordarti il dolore che è in te, a ricordarti l’inferno che hai vissuto, a ricordarti che tu non hai diritto, che tu non te lo puoi concedere. La voce torna, puntuale ogni volta, a ricordarti che il conto da pagare ancora non è completo e che devi vedere scivolare davanti a te ancora tanti ‘vuoti’ – piatti vuoti, rapporti vuoti, emozioni vuote – prima di poter passare alla cassa. E solo lei sa perché. Sento che io quel conto voglio saldarlo, prima che diventi troppo salato e non possa più permettermi di pagarlo con i miei risparmi, le mie energie. Sento che devo imparare a dare un peso diverso a quel numero, devo trovare un significato nuovo per quel numero…


16.12.2015

Solo ora, dopo mesi, mi sembra di vedere come io abbia sempre ho sempre dato tanta, troppa, importanza a ‘quel numero’, per non guardarmi intorno, per non guardarmi dentro; come io abbia sempre fatto di ‘quel numero’ la MISURA della mia esistenza ed abbia sempre sbagliato ad associare ‘quel numero’ad un GIUDIZIO, a confonderlo con una VALUTAZIONE, che invece va ‘oltre’ il parametro numerico.

Dietro un numero non c’è che un riferimento dato rispetto a dei canoni prestabiliti: dietro una taglia c’è una forma, dietro le calorie ci sono dei nutrienti, dietro i chilometri percorsi c’è un corpo in movimento, dietro il peso segnato da una bilancia c’è un corpo vivo, fatto di carne, ossa, organi (dietro quel peso c’è una vita!). Ciò che non riesco ad identificare, invece, dietro ‘quel numero’, sono le emozioni. Nel disturbo alimentare il numero incarna l’illusione di un controllo immobile, assoluto, perfetto che, in quanto tale, non potrà mai essere reale. Per non sentire le emozioni che sono OLTRE QUEL NUMERO, ci si aggrappa all’equazione PESO = CIBO = AMORE che porta a vivere nell’illusione che si possa cercare amore cercando il cibo, o, al contrario, che si possa cancellare il dolore cancellando il cibo. E invece ‘quel numero’ non dirà mai ciò che davvero conta, ciò che dovremmo ascoltare ogni giorno, e cioè COME STIAMO. E allora mi chiedo se la risposta alternativa a ‘quel numero’ non sia forse la PAROLA: “sto male, perché…”, ed ecco che, oltre il numero, ricompare la persona.

Credo che nel disturbo alimentare l’ossessione per il numero, per i numeri della malattia, non sia che l’ennesima “scappatoia” che si cerca per non sentire, per distogliere l’attenzione da se stessi, dalle proprie emozioni e sensazioni, da tutte quelle emozioni e sensazioni che a volte fanno troppa paura per essere ascoltate e dalle quali si tenta quindi di rifuggire, costruendosi un mondo di numeri, chilometri, centimetri e calorie in cui tutto deve risultare sempre estremamente ordinato e controllato. Mi sto rendendo conto però, che è proprio quella paura che permette di ascoltarsi veramente. La paura chiede di essere ascoltata, non messa a tacere, non soffocata. E in alcune situazioni può essere salvifica, perché ascoltarla permette di avvertire il BISOGNO, permette di percepire ciò di cui si ha più bisogno in quella determinata situazione, per vincerla ed andare oltre. Cosa può esserci allora oltre la paura di tutti i numeri che affollano il mondo della malattia? Non è in un numero che S. potrà trovare l’affetto, l’amore, e il calore che sta cercando, non sarà un numero che potrà restituirglieli. Ciò che penso di essere riuscita a fare negli ultimi mesi, è riuscire a ridimensionare e riqualificare il valore di ‘quel numero’: ‘QUEL NUMERO’ NON SONO IO, IO NON SONO ‘QUEL NUMERO’, perché sono una forma, una taglia, un corpo in movimento, fatto di carne, ossa, organi, ma soprattutto di emozioni e sensazioni che vanno al di là di semplici numeri. Oltre quei numeri c’è S., c’è tutto questo, tutto questo che rende S. diversa dagli altri, particolare, e quindi degna di un nome, di una vita e di un’identità propria.

S.

Il dolore svelato

08.12.2015

‘No oggi non posso!’, parole che ripetevo quasi ogni giorno a chi mi chiedeva di fare altro che non fosse seguire le mie regole e abitudini malate. La mia vita sociale, da rosicchiata a fagocitata dalla malattia. Gli altri diventavano solo un ostacolo alle mie azioni autodistruttive, distoglievano il mio pensiero dalle mie ossessioni, che invece erano le uniche che dovevano essere nutrite, ed io come un soldatino eseguivo gli ordini. Una giornata che girava interamente intorno al cibo, al movimento e a terrificanti metodi purgativi. Le mie ritualità, alle quali ero completamente assuefatta e l’idea di non ‘adempiere ai miei doveri’ in certi momenti mi faceva impazzire, mi sentivo terribilmente in colpa e impotente. Rinunciare ad esse, sentirmi inadempiente mi toglieva quel senso di potere che pensavo di avere almeno lì, quello era il mio mondo. Un angolo d’inferno vestito da paradiso che mi dava l’illusione di affermarmi, fondamentalmente cercavo di ‘sentire il mio peso’ nel microcosmo ossessivo e autodistruttivo che mi ero creata, il mio rifugio di onnipotenza.

Quando tutto questo affonda le sue radici in profondità può diventare estremamente avvilente ‘combatterlo’. Si lotta per liberarsene e sentire la forza devastante che annichilisce ogni tuo tentativo, è estremamente frustrante. Mi sono ritrovata un’infinità di volte ad oppormi a tutto questo, senza capire che spesso quelle ossessioni legate a cibo, peso non facevano altro che sostituirsi ad altre ossessioni congiunte al mio vivere e al mio non essere, che in fondo non avevo mai giustamente considerato, o meglio non avevo mai voluto guardare in faccia. Ci può volere anche molto tempo per arrivare a farlo, un tempo difficile e doloroso come può essere difficile e doloroso farlo ma con la differenza che nel dolore svelato e non più anestetizzato non c’è morte, ma vita.

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E quella voce, flebile voce che faceva capolino dentro di me quasi ogni giorno e mi diceva: “Quando finirà tutto questo? Quando sentirò scattare quel qualcosa dentro, che mi porterà verso la luce? Forse ancora non è abbastanza? Forse DEVO RAGGIUNGERE IL FONDO?” Si ma qual è e dov’è il fondo? Nel punto esatto dove scatta quel qualcosa? O nel punto in cui quel qualcosa per forza di cose può non scattare più? Per tante persone che vivono nei buio, quel fondo arriva quando senti che la tua vita sta scivolando via nella sua accezione più drammatica, quando subentra quella paura salvifica. Ma tutto questo può essere una roulette russa. Non voglio arrogarmi il diritto di dire come devono andare le cose, cosa deve fare chi soffre, uno, non ho la formula magica, due, sarebbe una mancanza di rispetto nei mie confronti e di chi soffre e sta leggendo. Già, perché se so quello che succede, essendoci passata io in prima persona, e sono consapevole che si tratta di una conquista interiore personale e che ‘purtroppo’ non ha un tempo, non potrei mai erigermi al di sopra di tutto e dettare regole. Regole che non esistono e che io per prima non ho seguito. Detto questo però, mi sento in dovere di far riflettere, di ribadire che non basta aspettare che la soluzione, d’émblée, cada dal cielo. Accettare la malattia, è il secondo passo più difficile proprio perché implica guardare la realtà a 360 gradi, il giusto presupposto però per affrontarla. Una sorta di atto di coraggio, che ci porta a comprenderla e a decidere di affrontarla. Non rassegnazione, come passiva consapevolezza, ma accettazione come possibilità di vedere il mondo con occhi diversi e di avere un ruolo attivo. Dopotutto, tutto sta nell’accogliere e guardare in toto quello che ci sta accadendo, guardare il fondo forse è proprio questo. La lotta è dura e anche frustrante, ma la non-vita lo è molto di più.

R.