La de(com)pressione

29.03.2016

Talvolta capita a tutti di sentirsi particolarmente stanchi, svogliati, giù di morale, facilmente irritabili, occasionalmente inappetenti, e di usare l’espressione ‘mi sento depresso/a’ per descrivere questa condizione passeggera. E’ una condizione senza dubbio invalidante, a suo modo, ma lo è diversamente dalla depressione; è una condizione transitoria, appunto, momentanea. La depressione, invece, non dura soltanto un momento, non è soltanto questo. Non a tutti, infatti, capita di pensare che la vita non valga la pena di essere vissuta, che morire sia meno doloroso di vivere, che niente possa regalare gioia, che tutto sia vano, nullo, che tutto si annulli, che nulla abbia senso… La depressione è questo, tutto questo, portato all’esasperazione, moltiplicato all’ennesima potenza, dal dolore irrefrenabile che è alla radice di questo malessere, che scava dentro chi è depresso una voragine enorme, spegnendolo ogni giorno di più, finché il buio non è totale, finché il buio diventa totalizzante e impedisce di vedere, di sentire, di desiderare qualunque cosa. E’ anestesia totale, è il coma profondo.

Credo che la maggior parte delle persone che si definisce de-pressa, sia “solamente” com-pressa, cioè schiacciata dalle  pressioni, interne e esterne (le proprie paure, un ritmo di vita frenetico, le aspettative altrui). Un po’ come i prodotti sottovuoto: compressi, costretti sotto la pressione del vuoto, stretti nell’involucro che li contiene e che li protegge. E’ solo quando li si apre, che si s-vuotano, si liberano cioè del vuoto che li ha trattenuti, a lungo soffocati, per riprendere aria e tornare a respirare, finalmente liberi. Per tornare a sentirci liberi, un po’ meno costretti, dovremmo forse tutti concederci un po’ più di tempo per de-comprimerci, per alleggerire il carico di quelle pressioni che ci opprimono fino a paralizzarci.

Credo che la maggior parte delle persone non immagini nemmeno dove il ‘peso’ della depressione possa portare, dove possa portare ad ‘arrampicarsi’ o, viceversa, ad accasciarsi, per non rialzarsi più; sul letto di una stanza buia e silenziosa, o fino in cima ad un palazzo, quasi a voler toccare il cielo, a pensare di essere in grado di volare. La maggior parte delle persone non ha idea di cosa viva e, soprattutto, non viva una persona depressa: la scambiano per pazza, incapace di reagire, o semplicemente egoista, perché con il proprio silenzio e la propria apatia chiede prepotentemente di essere ascoltata. Ma mettersi in ascolto del dolore altrui è un dono che pochi, davvero pochi, sanno offrire.

La maggior parte delle persone crede che per venirne fuori sia sufficiente ‘tirarsi su’, che per tornare a sorridere basti un’esortazione ad avere fiducia in un domani migliore, che per sconfiggere questo male basti la forza di volontà. No, non basta. Non basta, perché questa forza si è dileguata in chi è depresso, perché chi è depresso queste possibilità non le intravede neanche lontanamente: ciò che vede è solo nero, sempre e soltanto tutto nero; lì, dove ogni sfumatura si dissolve, dove tutti i colori si combinano e si confondono, fino ad annullarsi. Eppure quanto coraggio anima chi è depresso, quanta forza bisogna avere per guardare in faccia la depressione…

La maggior parte delle persone non sa che dietro la depressione si celano un lutto, un trauma, una sofferenza talmente significativi e difficili da elaborare, da diventare ‘assoluti’, da non lasciare più alcuno spazio ad altro. Non sa che per ‘tirarsi su’ serve una gru, che è necessario aprire un intero cantiere, mobilitare un’intera squadra al lavoro, e che i lavori possono durare mesi e mesi prima che l’opera sia (ri)costruita. E poi non sa che c’è da ritenersi fortunati a sentirsi talvolta soltanto ‘sottovuoto’, perché c’è chi invece è depresso, non “semplicemente” com-presso, e non trova nemmeno il coraggio di aprirlo il cantiere: c’è chi si rassegna a (soprav)vivere in una condizione alienante di non-vita, costringendo così anche chi gli sta a fianco a trovare un modo per convivere con essa. E non sa, soprattutto, che trovare quel modo può essere terribilmente difficile…

S.

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V Giornata del Fiocchetto Lilla

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“Abbi coraggio” (15 marzo 2016, V Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla)

Il coraggio non è l’assenza di paura,

ma la consapevolezza che nella tua vita c’è qualcosa di più importante della paura.

– Ambrose Hollingworth Redmoon –

Abbi coraggio è il titolo e il messaggio che ho scelto di mettere ‘al cuore’ della foto che ho realizzato in occasione della V Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla.

Abbi coraggio, perché il cor-aggio, dal latino cor, è ‘avere cuore’, è la purezza di cuore, la forza d’animo, di chi afferma se stesso senza lasciarsi sopraffare, di fronte alle difficoltà, al dolore, alla sofferenza, di fronte alla malattia.

Abbi coraggio, perché per affrontare le proprie paure occorre tanto, davvero tanto coraggio.

Abbi coraggio, perché la scelta di lottare, la scelta di chi lotta quotidianamente contro un disturbo alimentare, è un atto di coraggio. E’ un atto coraggioso, una scelta coraggiosa, che costa fatica, sacrifici, dolore, ma che vale la vita, perché rappresenta il primo piccolo-grande passo verso la riconquista della propria libertà.

Tu che stai lottando, qualunque sia la battaglia che stai combattendo, lotta con coraggio.

ABBI CORAGGIO, sempre.

Sandra