Il senso del limite

09.04.2016

Se c’è una cosa che ho scoperto negli ultimi mesi, lungo il mio percorso, è il senso del limite, è che il limite ha un senso, un suo perché. Ha un senso perché permette di prendere coscienza, di rendersi conto, della realtà. Ed ha un senso perché è un segno, il segno che siamo fatti di carne e ossa, che siamo esseri umani in carne e ossa, limitati e mancanti per natura.

Chi non conosce limite è chi vorrebbe fare esperienza di tutto, di un tutto che non è però ‘a misura d’uomo’. Tutto è illimitato, non ha limiti, è quindi inesauribile: non si può né essere, né avere, tutto. Sfidare il limite è illudersi di arrivare un giorno a padroneggiare quel ‘tutto’: è volersi spingere oltre, sempre un po’ più avanti, in una corsa frenetica e precipitosa, in un iperattivismo convulso, sempre più lontano, perché in fondo si potrebbe sempre fare di meglio, fare di più. Sempre un po’ più in là, fino all’orlo del burrone. Un attimo prima che un soffio di vento possa sfiorarti e farti precipitare giù. Dove finisce il limite, comincia il rischio (cartello bianco e rosso: “Alt! Pericolo“), ma comincia anche l’incontro (altro cartello bianco e rosso: “Alt! Frontiera“); l’incontro, oltre la frontiera, un mondo tutto nuovo da esplorare. Il limite è quindi un confine: circoscrive la nostra realtà in un perimetro, che definisce e determina la nostra identità; ne segna, ne indica, cioè i termini, i tratti caratteristici. Barriera invalicabile, gabbia che imprigiona, da un lato; punto di contatto – di confine – con ciò e con chi ci circonda, dall’altro. E’ un confine, in questo senso, che chiude il mondo e apre al mondo al tempo stesso.

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Per tanti anni, mentre mi guardavo crescere tra limiti posti, imposti, ed autoimposti, credo di non essermi mai chiesta se questi fossero stabiliti arbitrariamente o volontariamente, con cognizione di causa. Ho sempre ‘fatto’, fatto, fatto, inconsapevolmente: ho fatto senza guardarmi intorno, senza voltarmi indietro a vedere se stavo perdendo per strada qualche pezzetto essenziale di me, se stavo trascurando momenti che il tempo non mi avrebbe più potuto restituire. Certe sensazioni si provano solo ‘a pelle’, sulla propria pelle, certe emozioni hanno un loro tempo e nessuno può viverle al posto nostro. Ho dovuto scontrarmi con i miei limiti – con il senso del limite, appunto – per iniziare a vederli e a riconoscerli consapevolmente come parte di me, come parte integrante di un essere umano, che non è un automa, né un supereroe. E’ mancato, negli anni è venuto a mancare qualcosa, o forse qualcuno (l’amore per la vita? una figura famigliare importante? il senso stesso del limite?). E nel vuoto che ha lasciato, ha preso posto la malattia, lì si è scrupolosamente costruita il suo nido, dal quale farla uscire è terribilmente complicato; sembra che lì ci abbia quasi messo le radici. Grazie a quel briciolo d’amore che sono riuscita a concedermi, cercando aiuto, mi sono resa conto che la strada per ritrovare tutto quello è venuto a mancare, e di cui ho iniziato ad avvertire il bisogno incalzante, non era sbarrata, come invece temevo. Era dissestata, sterrata, non ancora battuta da chi prima di me aveva tentato di passare di lì senza riuscirci, ma non inagibile, non impossibile da percorrere.

E in fondo allora non è un limite anche l’amore? E’ quella sottile linea di confine che ci insegna che per vivere bisogna saper amare, che senza amore non c’è vita, perché la vita senza amore perde di senso, di qualunque significato. E’ il limite, il confine, che ci insegna che esiste una forma d’amore che ognuno di noi può dare a se stesso, che la vita è innanzitutto nell’amore che sappiamo darci. E se in questo siamo inesperti, un modo per imparare a farlo dovrà pur esserci, no?

S.

 

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