Famiglie

C’è una consapevolezza che può aiutare e che può, forse, sostenere le famiglie in questi momenti così difficili. E’ la consapevolezza che quello che è successo, quello che sta succedendo, è qualcosa che può essere condiviso con chi può alleggerirlo un po’. Si tratta infatti di un peso enorme, un peso che se portato tutto sulle proprie spalle può far perdere l’equilibrio. Parlare, confrontarsi, certo, non significa curare il proprio caro, anche perché per quello serve l’aiuto dei medici in grado di accompagnarlo in un percorso di cura, significa però permettersi di sollevarsi un po’, di respirare, anche solo per cinque minuti, un’aria diversa, in cui sentirsi meno soli.

Gocce di colore

Riflessioni - FamiglieIl post di questa settimana lo vorrei dedicare alle famiglie, si, alle famiglie in cui vive qualcuno che soffre di un disturbo del comportamento alimentare. Sono famiglie chiamate ad affrontare grandi dolori, famiglie che si trovano, quotidianamente, a dover combattere contro qualcosa che fa paura e che si vorrebbe scacciare dalla propria vita. Famiglie, tante famiglie, che devono guardare in faccia un male che spesso non si comprende, nonostante gli sforzi fatti per cercare di capire un po’ di più questo mondo così difficile da accettare.

Tante sono le domande che sorgono spontanee: perché è successo tutto questo? dove ho sbagliato? cosa devo fare adesso? come posso aiutarla/o se nemmeno mi vuole vicino?
Sono domande lecite, assolutamente, a cui a volte non si riesce a rispondere. Sono però domande che ci si fa lo stesso perché il bisogno di capire è grande come grande è la disperazione e il desiderio…

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ADAM ospite a Canale Italia

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Domenica 21 agosto 2016 ADAM è stata ospite alla trasmissione televisiva “Notizie Oggi” nel corso di una puntata dedicata ai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), in onda in diretta su Canale Italia (visibile sul canale 83), dalle ore 6 alle ore 9.

Marta Zanni, Socio ADAM, ha presentato il suo libro “Vittoria!“, storia del cammino verso la guarigione di un’adolescente che ha sofferto di anoressia. Assieme a lei, ospiti in studio anche la Presidente ADAM, Sandra Zodiaco, e la Vice Presidente ADAM, la D.ssa Rossella Oliva.

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Una storia, una vita

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Vorrei poter raccontare una storia diversa, una storia fatta di tutte quelle cose che normalmente rendono una vita spensierata, una vita fatta di momenti da non dimenticare, ricca di emozioni e di ricordi piacevoli. Una storia vissuta intensamente, con sogni realizzati e altri ancora da realizzare. Una storia con le sue difficoltà, perché ogni storia ha le sue. Una storia come quella di tante altre persone, persone comuni ma ognuna speciale perché diversa dalle altre e quindi unica.

Una storia così, si, mi piacerebbe poterla raccontare.

Quella che racconto è invece una storia un po’ diversa, una storia di convivenza con una malattia che per molti malattia non è o, almeno, tale non era quando mi sono ammalata io, parecchi anni fa. Una malattia difficile, perché difficile è riconoscerla, accettarla e decidere di combatterla.

Una malattia dura perché ti entra dentro, dove è ancora più difficile pensare di poterla scacciare. Una malattia che ti ruba tanto, troppo. Il tempo, i sogni, le aspettative, le forze, tutte cose che normalmente vengono date per scontate ma che scontate per tanti non sono.

Quando ho incontrato la malattia per la prima volta ho visto in lei, nell’anoressia, quello di cui più di tutto avevo bisogno in quel momento, la possibilità di controllare almeno un aspetto della mia vita. Poco è bastato per sentire la sua forza, la sua energia, quella sensazione di grandezza che ti da. Una forza che sentivo fisicamente ed emotivamente, la forza che mi permetteva di affrontare le giornate che altrimenti non avrei saputo come sostenere. Avevo 16 anni, troppo pochi per capire quello che stava succedendo, troppo pochi per capire che quel mondo a cui mi stavo avvicinando mi avrebbe risucchiata.

Dopo poco tempo ho conosciuto anche l’altro lato della medaglia, l’altro aspetto della malattia, la bulimia. Tutto è crollato, così, da un momento all’altro. Da un perfetto controllo di tutto ad un completo caos, un totale disorientamento. Era come se un fiume in piena mi investisse, portandosi via, ogni volta, una parte di me, quella dell’autostima, del volersi bene, dell’accettarsi, lasciando dietro di sè una scia di sensi di colpa che pesavano sempre di più sulle mie giornate già difficili.

Così passarono i primi anni di convivenza con lei, con quella che all’inizio sembrava essere un’ancora di salvezza e che poco alla volta si dimostrò essere ben altro. Ci volle diverso tempo per capire che quello che mi aveva promesso, libertà, controllo, leggerezza, era qualcosa di irreale e che al suo posto ci sarebbe stato qualcosa di molto diverso, di doloroso…sensi di colpa, vergogna, solitudine, tristezza…

Quella che sto raccontando però non è solo la storia di una vita vissuta così, con la brutta compagnia di qualcosa che sentivo essere parte di me. No, quella che sto raccontando è anche la storia di lotte, di tentativi di rivinciata, di percorsi di cura, di battaglie combattute prima di tutto contro me stessa o, meglio, contro la parte di me su cui la malattia aveva maggior potere.

Ogni percorso, ogni tentativo di cura, di rinascita, anche se difficili e tormentati, sono stati dei passettini in più verso un cambiamento che è ancora in atto, un cambiamento necessario per riappropriarmi della mia libertà. Battaglie dolorose, perché quando vinci sai, in ogni caso, che hai anche perso qualcosina, quella parte di te che, in fondo in fondo, non vorrebbe cambiare. Battaglie lunghe, perché lungo è il lavoro da fare su noi stessi. Battaglie che vale la pena combattere perché quello che ne può scaturire è una nuova serenità, una nuova vita, diversa perché libera dai pensieri dolorosi della malattia e da quello che essa ti impone.

Ora, anche se non sono ancora guarita del tutto, posso dire di stare decisamente meglio, di essermi riappropriata della cosa per me più importante, la libertà, e posso dire che anche se è stato difficile e a volte lo sconforto era davvero enorme, anche se a volte avrei voluto davvero smettere di combattere, sono contenta di non averlo fatto e di aver stretto i denti, nonostante la fatica, nonostante le lacrime, perché posso scrivere su queste righe una storia che, anche se non tutta rose e fiori, è una storia che ho avuto la possibilità di vivere e che mi ha dato comunque tanto, un compagno che mi ha capita e accettata, due figlie meravigliose, la possibilità di crescere come persona, donna e mamma. Insomma, ho avuto davvero tanto e per questo mi reputo una persona molto fortunata. So che non tutti hanno avuto queste fortune e per loro, anche se so che non lo posso fare, vorrei poter cambiare le cose. Quello che posso fare è invece dire a tutte le persone che stanno soffrendo di queste malattie di non smettere mai di lottare e di non sentirsi sbagliati perché di sbagliato c’è solo una cosa, la malattia, non chi ne soffre.

Daniela Bonaldi

Daniela tiene anche il Blog “Gocce di colore“, dedicato ai DCA.

 

Ritrova te stessa: lotta con me

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Era un giorno qualunque e cosa c’era di meglio se non passare un pomeriggio con la persona amata? Ho deciso di aspettare per pochi minuti nella panchina di fronte al supermercato e così mi sono seduta. Non era come sempre, non ero come sempre. Inizio a sudare, trema tutto il corpo, il cuore incomincia a battere sempre più forte. Mi guardo intorno e vedo solo confusione…ho paura, non so di cosa ma ho molta paura; i nervi partono, la testa gira, il respiro si fa sempre più affannoso così mi alzo di scatto e vado verso il supermercato. Per fortuna lo vedo uscire…gli vado incontro e mi lascio andare in uno dei sui abbracci pensando : << sarà solo la stanchezza>>. Questa è stata la prima volta e non l’ultima. Inizio ad avere paura di lui così evito semplicemente di andare dove l’ho incontrato, ma con il passare delle settimane noto che è lui che mi cerca sempre più: nelle piazze,nelle strade trafficate, al cinema, nel bus, fuori da scuola. Passo un intero anno così, ogni tanto ritorna per giorni, ogni tanto giusto per ricordarmi che è là dentro me. So di avere bisogno di aiuto ma non ho il coraggio di chiederlo.

Arriva la maturità e tra mille ansie la supero brillantemente, decidendo così di provare ad entrare all’Università. Ma proprio poche settimane prima del test eccolo: si abbatte come una tempesta…mi assilla sempre più, tant’è che arrivo ad avere paura delle finestre aperte, di lame e coltelli, del vento. Decido così di non fare il test e trovare un lavoretto anche se non è facile: lui inizia a presentarsi anche nelle strade più piccole, fuori dalla porta di casa. Mi fa assumere comportamenti strani: scappo all’improvviso, mi siedo spaesata nell’asfalto macchine o non macchine presenti, cammino a stretto contatto con i cancelli e lì dove non ci sono sento una voragine che mi vuole risucchiare, come se la forza di gravità sparisse all’improvviso, come se il cielo potesse precipitare da lì a poco. Mi sento morire così mi chiudo in casa sempre più, eliminando quasi tutti i contatti. L’unica persona a cui racconto ciò è il ragazzo di allora, il quale, piano piano, riesce a convincermi ad andare dal medico di base. Dal mio medico in un solo passo mi ritrovo davanti a quella porta: “Dipartimento di Salute mentale”. Ma dove mi hanno mandata? In mezzo ai pazzi? I pazzi sono loro!! Ricordo bene quella mattina, mi accolsero due infermiere molto gentili e mi fecero accomodare di fronte a loro. Non dormivo da settimane e se dormivo qualche ora, mi svegliavo quasi sempre in preda ad un attacco di panico. ERO MENTALMENTE MORTA. Compilarono un intero foglio e pochi giorni dopo mi ritrovai lì, ma al loro posto c’era la psichiatra, una donna molto attenta a ogni mio movimento. Non la presi bene, anzi ancora oggi mi vergogno di dire che ho avuto bisogno di uno psichiatra. Ero pazza forse? Lei mi ribaltò tutto e dal giorno dopo mi ritrovai a prendere 6 pastiglie, oltre alle solite tre che prendevo per la gastrite cronica. Non capivo più nulla, diventarono ben presto una droga, tant’è che saltandone solo una avevo già sintomi di astinenza. Incomincio ad avere sempre più sonno, che si aggiunge a quello già accumulato, incomincio a perdere il filo del discorso, a non capire ciò che mi si diceva, ma decido di continuare così: era l’unica scelta. Passano le feste di Natale e mi trovo di fronte a un’altra persona: un giovane psicologo; non era proprio uno psicologo ma uno specializzando e io che ci facevo lì? Ero per caso la sua cavia? I primi tre incontri vado scocciata, rispondo solo alle domande che mi pone senza aggiungere altro ma poi sento che lui non mi stava usando, mi parlava con il cuore. Da lì a poche settimane provo una grande stima nei suoi confronti, aspetto con impazienza il giovedì e ogni volta che esco dal suo studio mi sento ‘vuota ‘. Ora era in trappola : gli psicofarmaci attenuano i sintomi fisici, e le sedute quelli mentali. Ma non si arrende e decide di raggirarmi in un altro modo: il cibo.

Incomincio a guardarmi spesso allo specchio e a trovare ogni singolo difetto e così, come già successo in passato, decido di fare una semplice dieta. Sembra funzionare ma non posso aspettare cosi tanto tempo così mi convinco di una cosa: meno mangio più dimagrisco. In poco tempo mi sento sempre più forte e potente così, per completare meglio ciò, incomincio a non guardare la qualità dei prodotti, ma solo le kcal scegliendo sempre quello più privo. La mattina mi aspetta la bilancia e anzi a dire il vero mi aspettava minimo 12 volte al giorno: l’importante era vedere sempre qualche etto in meno. La colazione era consentita perché mi consentiva di lavorare, il pranzo e gli spuntini non li dovevo nemmeno nominare se non due volte a settimana e la cena poteva essere basata solo su due cibi: una mela tagliata a pezzi o un omogeneizzato. Non altro, non entrambi. Le eccezioni c’erano ma costavano caro: bere il doppio e digiunare il giorno dopo. Il mio corpo cerca di ribellarsi e per aiutarlo metto in atto diverse strategie come mangiare dal piatto altrui o gli avanzi…così mi sentivo meno in colpa, meno sbagliata. Non era più lui che mi tartassava, ma era diventata una lei. La sento nascere dentro me e sento che la devo nutrire della mia rinuncia di cibo. Intanto le sedute continuano e si parla solo di lei…la cosa mi preoccupa ma cerco di non pensarci. Dove voleva farmi arrivare? Quando mi avrebbe lasciato stare? Non lo sapevo e nemmeno volevo saperlo: lei aveva ragione, e giorno dopo giorno la sento più gentile…non faccio più così tanto schifo, non mi devo più vergognare tanto.

Ora voleva un’altra cosa da me: devo odiare chi parla male di lei perché lei è il mio bene. Mi allontano da tutti. Arrivo a pesare 42 kg e mezzo. SONO FISICAMENTE MORTA: le unghie si spezzano, lo stomaco fa male, le ossa si pronunciano e le forze mancano. I miei unici sforzi vanno al lavoro…niente amici, niente vita. Lo psicologo quel giorno fu chiaro: o troviamo una soluzione, o lui deve prendere una decisione con l’équipe. Mi sento vuota, le sue parole mi fanno male, lei non mi vuole abbandonare. Un pomeriggio mi ritrovo in ospedale per una gastroscopia, sento che non sto bene. L’odore dell’ospedale è terribile, le stanze sono piene di persone che soffrono e ciò mi fa stare ancora più male. Non so bene cosa sia stato ma fatto sta che la sera stessa chiedo a mia madre di nascondere la bilancia e grazie a una persona vicina a me riesco a fare a pezzi il libro dove annotavo peso giornaliero, kcal e esercizi fatti. DOVEVO UCCIDERE LA BESTIA. Inizialmente fu molto difficile: piangevo spesso, lo stomaco non teneva più nulla se non qualche boccone e tutto ciò mi creava ancora più malessere, ma lottai comunque. Incomincio a ridurre piano piano i farmaci, arrivando a ora con una pastiglia e mezza, le sedute le ho finite da qualche mese e ammetto che mi mancano; il peso varia, a volte ingrasso in pochi giorni e a volte perdo peso in altrettanto tempo. Gli attacchi di panico non sono spariti ma sto piano piano ricominciando a andare ovunque.
Molte persone le ho perse per strada, forse perché non ero alla loro altezza…o forse loro non erano alla mia! Un particolare grazie a Ursula e alle splendide ragazze conosciute lì dentro…un angelo che a ogni mia domanda rispondeva con un’altra domanda che mi faceva riflettere giorni interi. Fisicamente ero meglio sicuro prima, ma la mente e il corpo non avrebbero retto a lungo…e io sono contenta cosi!!!

Questo post va a voi, a chi sta vivendo questa situazione e a chi ha una persona vicina che ne soffre. Non sono vittime, non sono pazze, non sono codarde. Abbiate voi per primi il coraggio da dare a loro, abbiate voglia di lottare con loro senza fargliene una colpa e sopratutto abbiate amore a dismisura!! Forse non subito, ma un giorno vi ringrazieranno. Ragazze che conosco e come me sanno cosa si prova, abbiate la forza di uccidere la bestia perché lei non è il vostro bene! Lei e lui possono perdere contro di noi e io ne sono la prova!!

ALCUNI MI DICONO CHE HO LA FORZA DI UN URAGANO E, DOPO QUELLO CHE HO PASSATO, PENSO CHE HANNO RAGIONE.

Chiara Mattarello

 

Guarire è…

logo Guarire è

Che cosa rappresenta la guarigione? Che cosa significa ‘guarire’?

Il progetto fotografico “Guarire è…” mira a raccogliere le foto e i messaggi di speranza di chi è coinvolto a vario titolo nella problematica dei Disturbi Alimentari. Ognuno con la propria idea di guarigione, nell’intento di ricordare a tutti che “Guarire è…possibile!“.

Immagini e parole di chi vorrebbe dare voce al suo dolore, ma la sua voce è spezzata dalle lacrime; di chi si è riscoperto capace di credere in se stesso dopo un lungo percorso introspettivo; di chi ha appena festeggiato il “compleanno” della sua rinascita all’uscita dalla clinica in cui per mesi ha lottato duramente, temendo che quel compleanno non sarebbe arrivato mai; di chi ha vinto la sua lotta contro un DCA. O ancora, di chi non riesce a convincere un proprio caro malato a farsi curare; di chi per anni ha ignorato le “briciole” che la propria figlia spargeva per casa e che, riconoscendosi incapace di aiutarla, ha vagato in cerca di una ‘casa’ che quelle briciole potesse raccoglierle e accoglierle; di chi testimonia della sua vittoria sulla malattia con il segno tangibile del suo successo, il proprio figlio, tra le braccia…

E per te “Guarire è…“? 
INVIACI LA TUA FOTO! 
(pagina Facebook ADAM – mail: info@anoressia.biz)

Nel 2014, il progetto “Guarire è” è stato promosso dall’Associazione NutriMente Onlus (Milano): www.nutrimente.org.

Un corpo “perduto”

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25.12.2015

Caro Corpo,

per questo Natale ho deciso di farti un regalo e di fermarmi a pensare a te. Non di sfuggita, non per caso, come spesso succede: ho deciso di fermarmi a riflettere sul bene e sul male che ti ho voluto, che ti voglio, su ciò che di te apprezzo e disprezzo, su ciò che per te vorrei. Ogni giorno fatico ad accettare che mi appartieni, a vederti cambiare, a prendermi cura di te. In te vorrei ritrovarmi, vorrei ritrovare Sandra, e invece più ti guardo, meno mi riconosco. Quando ti cerco, nell’immagine riflessa nello specchio, o nelle vetrine dei negozi, mi sembra di scorgere soltanto un’ombra, una massa informe, dai contorni evanescenti, che spaventa.

Ti ringrazio, Corpo, perché non mi hai mai abbandonata, nemmeno quando avevi esaurito le energie, nemmeno quand’eri ridotto allo stremo delle forze. Ti ringrazio perché hai saputo difenderti quando ti ho messo in difficoltà, perché resisti alle pressioni del mondo esterno, agli sforzi a cui la mente ti sottopone, ai colpi della malattia. E ti ringrazio per aver guarito le ferite più profonde, per aver tradotto in passi di danza tutte quelle emozioni che non riuscivo ad esprimere a parole.

Ma ti odio, ancora ti odio.

Ti odio, Corpo, perché sei diverso da come ti vorrei – né alto, né muscoloso, mai abbastanza magro – e invece dovrei imparare ad accettarti così come sei. Ti odio perché mi fai sentire pesante, ingombrante, e a volte ho l’impressione di trascinarti dietro come una zavorra. Ti odio perché mi stringi, mi tieni incatenata, non mi lasci libera. Ti odio perché mi fai sentire a disagio quando mi impedisci d’indossare una gonna e un paio di tacchi, o di acconciarmi i capelli, perché non sei “come le altre”, non sei abbastanza femminile. Ti odio perché ti pieghi agli ordini spietati della malattia e perché quando hai bisogno, fai sentire la tua voce in modo prepotente e violento. Ti odio perché per (non) occuparmi di te, ho dovuto smettere di occuparmi degli altri, e li ho persi.

Caro Corpo, quante avventure abbiamo vissuto insieme negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, quante scoperte fatte insieme, quanti viaggi che hanno arricchito di colori e profumi ‘stranieri’ le nostre vacanze! E poi? Poi è arrivata la dieta: ti ho messo a dieta, di cibo, di emozioni, di cure.

BLACKOUT: contatti interrotti. Come due continenti alla deriva, ci siamo smarriti.

M’illudevo che ce l’avresti fatta anche senza tutto questo, senza cibo, senza gioia, senza vita. La malattia mi aveva illusa che senza tutto questo, ridotto all’osso, tu saresti diventato anche più forte, più bello, e io mi sarei finalmente sentita soddisfatta e sicura di me. Ma mi sbagliavo. Nonostante tutto, per un po’, tu hai tenuto duro: sottomesso, silenzioso, ti sei ritirato. Ma dopo aver sopportato tanta sofferenza, dopo essere rimasto a lungo inascoltato, ti sei ribellato. E avevi tutte le ragioni per farlo. Hai saputo salvarti, hai saputo salvarmi, facendo appello all’istinto di sopravvivenza, quell’istinto che ci ricorda che tutelare se stessi è un dovere, ancor prima che un diritto. Per tanto tempo ho creduto che il linguaggio che ti appartiene potesse sostituirsi al linguaggio delle emozioni e a quello delle parole, come se tu, Corpo, agli occhi degli altri potessi trasformarti nella “cartina tornasole” di quello che ho dentro, come se il tuo aspetto potesse essere la trasposizione reale di quello che sento, che provo. E invece, lo sguardo non basta, perché non va ‘oltre’ ciò che vede, non ‘vede’ mai abbastanza, e il corpo non basta – tu, Corpo, comunque non basti, da solo – perché senza la voce razionale della Testa e quella emotiva del Cuore, non può ‘mettersi in moto’.

Tu, Corpo, mi hai sempre dato tanto e io non ho saputo accontentarmi: in cambio, ti ho chiesto troppo, da te ho preteso troppo, ho abusato delle tue risorse. Ti ho tolto quello di cui avresti avuto più bisogno per crescere forte, sano, in salute: ti ho privato del nutrimento, illudendomi fossi una macchina in grado di funzionare anche senza carburante, ti ho privato dell’aria, dell’aria fresca quando hai patito il caldo, dell’aria calda quando hai sofferto il freddo, ti ho tolto persino i capelli, ti ho ridotto ad un numero, ad una taglia. Su di te ho sfogato la mia rabbia, le mie paure, le mie colpe e i miei errori, ho tentato di mettere a tacere e di negare i tuoi bisogni, i tuoi desideri, ho ignorato i tuoi segnali di avvertimento quando eri ‘in riserva’, sotto la pioggia battente o nell’afa della calura estiva. Ed ho permesso, senza il tuo consenso, che anche qualcun altro pretendesse troppo da te, pretendesse te.

Caro Corpo, riconosco di averti esposto a tanti rischi che non meritavi di correre, avrei dovuto essere più gentile con te. Rimpiango di averti trascurato, maltrattato, rimproverato ingiustamente. Mi dispiace aver smesso di prendermi cura di te perché pensavo non la meritassi. La meritavi, eccome: la meriti, perché custodisci il dono più prezioso che mi sia stato fatto, la vita, che io ho esposto alla furia delle intemperie, alla violenza della tempesta.

Vorrei ascoltarti di più, ma non riesco a sentirti. Vorrei cercarti di più, ma non riesco a guardarti senza provare disprezzo, rifiuto. Vorrei poterti abbracciare, accarezzare, coccolare, e invece non riesco ad ascoltare nemmeno il tuo respiro, se non quando viene a mancare o, al contrario, quand’è sottoposto ad uno sforzo eccessivo. Vorrei restituirti dignità, saper riconoscere, accettare e soddisfare i tuoi bisogni. Vorrei darti il nutrimento, il riposo e le attenzioni di cui hai bisogno, ma spesso la forza dirompente dei pensieri distorti mi trascina via. E in quei momenti vorrei che scomparissi, perché ti sento d’ingombro, d’intralcio. Se solo riuscissi a convincermi che i tuoi contorni sono linee di contatto, e non di separazione, tra me e il mondo, tra me e le persone attorno, e che tu sei un mio alleato perché sei lo “strumento” grazie al quale ogni giorno posso ‘sperimentare’ il mondo, grazie al quale posso vedere, sentire, toccare, creare…!

Sii paziente, arriverà anche il tuo turno: arriverà il giorno in cui anche la mente ti accetterà nuovamente come fedele compagno del lungo viaggio che ha intrapreso, accetterà di essere accompagnata, e insieme andrete lontano, molto lontano…


01.08.2016

Questa lettera risale ormai a diversi mesi fa, ad una S. ancora precariamente ‘in bilico’. A suo tempo, scriverla era stato per me faticoso: tra i ricordi dolorosi del passato, le difficoltà e le resistenze del presente, avevo ‘visto’ un corpo che ha perso peso e che si è perduto, un corpo “perduto”, messo a tacere e indottrinato dalla voce della malattia, e soprattutto un corpo cresciuto che non avrebbe voluto continuare a crescere, che semplicemente non avrebbe voluto proprio essere.

Oggi, rileggendo questa lettera, vedo una S. che quasi fatico a riconoscere, ma che non rinnego, perché se la malattia mi ha tolto tanto, troppo, il mio percorso di guarigione mi sta restituendo molto, molto di più.

S.

Siamo una squadra, ricordi?

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Caro corpo,

di te non ho molti ricordi…penso di averli cancellati via via col passare degli anni, ma oggi ho deciso che voglio sforzarmi di ricordare.

Quando ero piccola ti ricordo come un corpo vivo, frizzante, sempre in movimento. Era proprio così, non volevi mai stare fermo. Volevi giocare, saltare, correre, pedalare. Io ti sono sempre stata vicina perché la tua vitalità mi dava molta felicità.

Mi ricordo che nutrirti per me era una cosa naturale e che mi sentivo in dovere di farlo sempre e nel modo più accurato possibile. Andavi pazzo in particolare per la carne grigliata nei giorni d’estate, te lo ricordi quel profumo? Ti fa impazzire anche adesso.

Nel periodo in cui ero alle elementari però, forse hai esagerato un po’ con me, mi chiedevi sempre più cibo, e ti eri gonfiato molto per l’età che avevo, ma per fortuna sono riuscita a riassestarti e a rimetterti sulla giusta strada.

Penso che per te lo sport che praticavo fosse una benedizione, penso di averti dato proprio un grosso beneficio, soprattutto grazie alla pallavolo.

Giocare, saltare, correre. Giocare, saltare, correre…lo facevi in continuazione e senza mai stancarti! Ma come facevi? Forse ero proprio io a infonderti tutta quella forza…Eravamo proprio una bella squadra io e te.

Poi però è arrivato anche per te il momento di prenderti una pausa, di fermarti per un po’ e ricaricare le batterie.

Caro corpo, negli ultimi mesi sentivo ti stavi affaticando, le ginocchia mi davano un gran male, non potevo permetterti di continuare ancora. E così ti ho fermato, si fa per dire.

Ho smesso di farti fare tutto quello che avevi sempre fatto sin da quando eri piccolo e ti ho fermato bruscamente, pensando di farti un grosso favore.

All’inizio era tutto normale, stavi bene e si vedeva che il relax ti dava beneficio, ma forse passare da fare tutto a fare niente, ci ha scombussolato a entrambi lo stile di vita.

Quando praticavo tanto sport, sentivo che nutrirti era una cosa essenziale per te, ti volevo dare benessere perché anche io provavo felicità quanto te.

È vero magari finendo di fare attività fisica forse non avevi bisogno di tutto quel cibo, ma di certo non dovevi essere privato di tutto, tutto d’un colpo.

Ti ricordo com’eri a Natale, in tensione, nervoso, ormai eri ridotto a uno scheletro e io non me ne rendevo conto. Al pranzo di Natale hai mangiato tutto, hai mangiato veramente troppo, ti sei sfogato fino a star male. A Febbraio ti ho ridotto a uno straccio con l’alcol fino a portarti in ospedale quasi in uno stato di coma e in ipotermia perché non avevi nemmeno il grasso per tenermi al caldo, da quanto poco ti davo da mangiare. In me però da lì è cambiato qualcosa, ho iniziato a vederti con occhi diversi, iniziavo a capire come ti stavo riducendo…ma il mio cervello non ne voleva sapere di aiutarti. Mentre la mia coscienza iniziava a comprendere, un diavolo nella mia testa continuava a dirmi di farti del male. Ma tu, corpo, non ti sei dato per vinto…hai iniziato a mandarmi messaggi sempre più forti, hai iniziato perfino a farmi abbuffare da quanto desideravi che io cambiassi il mio atteggiamento con te.

Fortunatamente, piano piano, sono riuscita a darti più ascolto, e a darti da mangiare un po’ di più…ma il problema è che tu volevi tutto, e subito. Non ne volevi sapere di aspettare che iniziassi a darti da mangiare di nuovo normalmente poco alla volta. Volevi ingurgitare tutto, e ti capisco, ne avevi davvero bisogno. Se dai a un povero un pezzo di pane dopo mesi che non tocca cibo, quello lo trangugia e te ne chiede ancora, è la stessa cosa.

La scorsa estate penso sia stato il momento in cui ti ho fatto esasperare più di quanto potessi immaginare, ti ho stressato, ti ho fatto buttare tra le braccia di chi non volevi solo per paura di dimostrare, come me, quella che era la tua vera natura. Ti facevo stare con gli uomini invece che con la ragazza che avevamo capito entrambi di amare: S.

Ho riversato la mia rabbia e la mia frustrazione su di te dopo che l’avevo mollata per la prima volta, e ho continuato imperterrita a farlo per mesi e mesi. Come dicevo, poco alla volta sei riuscito a dirmi di smetterla, a dirmi “BASTA S. E’ ORA DI FINIRLA”. Non ti volevo ascoltare, e a volte faccio fatica a farlo anche adesso, anche se molto meno…

Ma poi mi hai trascinata fuori, mi hai fatto capire che in quella maniera non ci volevi più stare e mi hai finalmente messo in testa che mangiare, nutrirti era giusto…era normale e non dovevo più privarti di ciò che volevi.

Mi hai fatto anche capire che il mio e il tuo essere omosessuali era una cosa di cui non dovevamo vergognarci…Era quello che volevi tu, era quello che volevo io.

Mi hai fatto capire che S. ti faceva stare bene e che gli uomini ti mettevano solo tanta tensione addosso, come a me. Grazie corpo, per questo devo proprio ringraziarti. Sotto questo punto di vista mi hai fatto il regalo più bello che potessi mai ricevere: capire chi sono e la mia vera identità.

Grazie all’amore, quello vero, ho riaperto le porte a tante cose che credevo di non amare più, ma che in realtà mi ero solo convinta di non amare.

Tra queste cose ti ho anche fatto riassaggiare quelle cose che ti mancavano tanto. Il formaggio, i dolci, le cose BUONE. Che BUONE le cose BUONE vero? Lo so, ora piacciono di nuovo anche a me.

Caro corpo, nonostante a volte mi debba scusare con te per i miei comportamenti stupidi, per le mie paure, per i miei sbalzi d’umore…sappi che sono felice di averti.

Anche se a volte non te ne ho dato l’impressione, sappi che non ti sto mentendo…E voglio concludere col farti una promessa: ce la farò. Farò di tutto per ridarti un giorno quella serenità e la normalità di cui hai bisogno. Non ti dico che sarà facile, non ti dico che ci arriverò da sola, perché avrò bisogno anche del tuo aiuto per farcela. Non so quando ci arriverò, ma so che ce la farò, insieme a te. Usciremo da questo tunnel combattendo insieme. Affrontare gli ostacoli non sarà un problema per noi d’ora in avanti…D’altra parte siamo una squadra, ricordi?

“Come stai? Come ti senti?” sono domande che, lo ammetto, non credevo mi sarei mai ritrovata a porti.

Si, quando ti ho visto, anzi ti vedevo, anni fa, mi ricordo che provavo una certa ammirazione. Così pieno di energia, perfetto nonostante i piccoli difetti, scattante e sicuro. Poi, sai non so se a te l’abbia mai confessato, ma il mio sguardo si è trasformato, cominciando a indugiare dove non doveva, comunicandomi delle sensazioni che mi spaventavano con il loro torpore. Questo quando? A 15 anni. Ho imparato pazientemente ad accettare i miei sentimenti e a non sentirmi in colpa per l’attrazione che esercitavi nei miei confronti, sebbene esulasse il campo dell’amicizia. Mi sentivo bene, o quasi, ma mi bastava vedere il “sorriso” che indirizzavi alla vita, non chiedevo altro.

Poi hai cominciato lentamente a cambiare, a diventare sempre più minuto, trasformando gradualmente le grida battagliere che rivolgevi alla vita in sussurri. La stessa carica che non poteva essere espressa. Eri una farfalla che batteva freneticamente le ali per riprodurre il ruggito del leone che eri stata. Però ascoltavo. Cogliendo ogni sussurro e richiesta, ma non sapevo come portare all’esterno i segnali che inviavi dall’interno di S.    E più rimpicciolivi, più coltivavo il mio amore, reagendo anche sapendo di farle male. Ho sulla lingua e le labbra tatuati i percorsi sulla tua pelle, dove rispondi di più, dove ti piace di più. Continuavo e continuavo ad amarti nonostante tu sia diverso, nonostante alle volte Sofia ti abbia giudicato. Perché sostituivo ogni suo sguardo critico con un sorriso, ogni insulto con un bacio, ogni “ti detesto” con un “ti amo”, ogni “non mi piaci” con un “sei perfetto così”. Caro corpo di S., a te non ho mai parlato, ma ora mi rivolgo a te e non ci saranno filtri che possano smorzare il significato delle mie parole. Non arrenderti, Sofia sta ricominciando a imparare ad amarti, o forse lo sta facendo ora per la prima volta, ma so che ci riuscirà.

Volevo dirti che…davvero ti amo e non c’è niente, niente di te che vorrei sostituire.

Tu ora hai bisogno del sostegno di S., ma non so quanto lei abbia bisogno di te. Come ha detto lei “siete una squadra”, e se collaborerete non c’è niente che non potrete fare.

Il mio cuore batte forte forte per lei…ma ricordati che il primo ad averlo fatto scalpitare sei stato tu.

Con affetto,

S.