Protagonista della tua vita

Gocce di colore

riflessioni-protagonista-della-tua-vitaPer scrivere le pagine della tua vita usa le matite dei colori più belli che hai, ne risulterà un libro meraviglioso. Componi ogni giorno una parte del tuo libro, perché solo tu puoi farlo.

E se ad un certo punto le matite che hai non dovessero scrivere più cerca chi può prestarti le sue, la storia che racconterai, la “tua” storia, sarà così ricca di sfumature, di particolari da essere davvero speciale.

E se ad un certo punto non saprai più cosa scrivere guardati attorno, leggi le storie che gli altri hanno scritto o che stanno scrivendo e capirai che ognuno di noi ha tanto da raccontare, tanto da dire, anche tu.

Quando poi sarai stanco di scrivere prenditi una pausa, perché può capitare di aver bisogno di una sosta. Darsi un po’ di tempo non significa fermarsi per sempre, significa invece darsi la possibilità di far riposare quella mano…

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Io e lei

4.11.2016

Sei tornata. Alla fine, dopo mesi, sei tornata insaziabile. Da una settimana hai deciso di ricominciare a parlarmi, ed accompagnarmi ovunque. Anche al lavoro, quel lavoro che amo tanto e che ho dovuto interrompere per colpa tua. E ora sei qui. Di nuovo, con me. A fare l’ amicona, a rassicurarmi, a dirmi che questa volta quando sarà il caso te ne andrai. Che vuoi solo aiutarmi un po’, assottigliarmi un po’ e poi sparirai di nuovo nel tuo angolo buio. Il perché lo sai solo tu. Credevo mi mancassi. Ma la verità è che questi pochi mesi senza sentire la tua stupida vocina sono stati i migliori. Non so come fare a spiegarti che vorrei che mi lasciassi in pace, ora che non ho la forza per respingerti da sola. Hai ricominciato a nutrirti di me, della mia vita, hai riniziato ad ingozzarti delle mie emozioni mentre io cerco di sopravvivere con l’aria che mi concedi. Pensavo di avercela fatta. Ma ecco che ti risento, prepotente.

Ma una cosa te la dico. Adesso ti conosco. Adesso ti combatto. Adesso so chi sei. Adesso so che tra poco questo stupido senso di euforia e forza si trasformerà in tristezza continua, in giornate fatte di calcolo, numeri e specchi che mi distruggeranno sempre di più. So che arriveranno la debolezza, il vuoto, l’angoscia… Arriveranno le corse infinite, le ossa doloranti e il fiato mozzato.

Ma la sai una cosa Ana? Stavolta sono io che da te non arriverò.

Jessica

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Compagne di viaggio

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Care compagne,

vi scrivo per salutarvi e per ringraziarvi di tutto ciò che mi avete dato. Vi scrivo per dirvi che valete tanto, ciascuna di voi. C’è una luce in ognuna, che sia piccola o grande, l’importante è rendersene conto; anche se è difficile, anche se sembra a volte impossibile, voi cercate di stringerla, di palparla, di plasmarla, per far si che vi faccia brillare.

Anche se la malattia ci fa sentire al sicuro nel buio, al riparo, provate a lasciare la balaustra e spingervi al centro della pista; scoprirete tante cose, ma più di tutto scoprirete che non per forza bisogna chiudere gli occhi.

Non per forza bisogna rimanere coerenti con la malattia, con quella parte dentro noi che si fa così spesso sentire, ma si può essere coerenti con la parte positiva di noi, la nostra luce.

Io voglio essere Anna, Anna che ha tante sfaccettature, ed anche l’Anna che ha paura. Perché la paura è un’emozione e io non voglio avere paura della paura, sarebbe inutile.

Io voglio essere Anna che cerca un compromesso e trova un equilibrio, voglio essere Anna che si tuffa nella luce, ad occhi aperti, che la respira.

Voi, continuate il vostro percorso e non mollatelo, anche quando i vostri occhi vorrebbero socchiudersi, teneteli aperti, guardatevi come vi guardo io, meravigliatevi.
Vi ammiro tutte, una per una, fatelo anche voi. Vi prego, amatevi, vi meritate di stare bene, di volervi bene, vi meritate di perdonarvi, accettarvi e trovare la pace.

Vi meritate il meglio, vi meritate di essere semplicemente voi, positive.

Anna

(estratto dal libro “Luce, come l’anoressia mi ha seduta nel buio“, di Anna Miglietta)

Un cuore di panna

cibo-ed-emozioni


In realtà non iniziò con il cibo ma con l’acquisto di quaderni. A righe. Con la pinzatura centrale come non me ne venivano mai comprati, perché erano poco spessi e sarebbero durati poco sia per i compiti in classe che per quelli a casa. Appena fui libera dalla copertina verde, blu, rossa iniziai a comprare quaderni, uno ogni due, tre giorni. Il tempo di scrivere la prima pagina, voltarla… e già non mi andava bene. Avevo voglia di una nuova prima pagina ma non potevo strappare quelle che scrivevo perché se ne sarebbero accorti… e infatti non passò molto che la cartolaia, insospettita dal mio “pagherò” fermò mia madre, un giorno, che nemmeno mi rimproverò tanto. Semplicemente mi sgridò, come si sarebbe fatto con una bambina un po’ originale. Mia madre pagò il debito e masticò la figuraccia. Io non comprai più quaderni e così dopo la prima pagina ci furono la seconda, la terza, la quarta… passò la prima media, le derisioni dei compagni perché troppo alta, troppo spessa, con abiti troppo grandi..passarono la seconda e la terza. E poi arrivò il liceo e quella classe di pieni di boria coi quali davvero non avevo niente a che fare: io, discalcula, mi trovai allo scientifico. Io che volevo fare l’artistico. I voti, pessimi, arrivarono quasi subito…

…finchè un giorno con il mio borsone pesante scesi dall’unico bus che collegava la mia zona al liceo, stavo rientrando a casa. Faceva caldo e scesi due fermate prima, perché mi stavano tutti sulle scatole…compagni di viaggio, estranei, autista, tutti. Un cuore di panna mi strizzò gli occhi dal pannello pubblicitario della panetteria sul corso. Un gelato. Ecco, iniziò da un gelato. Credo che il primo tiro di hashish faccia lo stesso… o uno sparo di coca su per il naso… Un cuore di panna. Fu la coccola. E di coccole non se ne hanno abbastanza. Mai. Tredici anni, quasi quattordici… Forse con Mia avevo già cominciato a parlarci prima, sulle scale del palazzo dove buttavo la carta della cioccolata mangiata di nascosto, ma non me ne sono mai accorta… e comunque mi ha tenuta bella stretta, Mia, almeno fino ai trentotto anni. A venti mi innamorai e lui mi rifiutò: troppo giovane, troppo grassa…. troppo poco femminile. Et voilà. Alga fucus tè cinese, il peso che scende. Scopro che togliere cibo equivale a togliere centimetri, e anche abbastanza rapidamente, e a perdere peso…sempre più leggera fino al primo collasso nel cesso. Ecco, allora scopri un altro arcano di quel pasticcio nel quale ti sei infilata che ancora non ha nome: se dimagrisci oltre un certo peso perdi il controllo. Comincia la sfida per diventare più leggera… e allora la felicità sta chiusa tra 57 e 59. Ma è difficile e si va su e giù su e giù. Mangiando, tanto. Compensando, mangiando poco.

Finchè un giorno, all’età di 40 anni scopri che Mia è così invadente che non ti fa più lavorare. Che non riesci a non riempire i cassetti della redazione di schifezze. Che non riesci a stare lontana dalle macchinette del piano di sopra. Ti ricordi di quel nome che hai sentito, chiedi conferma alla collega che quello specialista lo conosce. No, non un psicologo, ne avevo già passati così tanti che ci credevo tanto quanto credo ai cartomanti. Un nutrizionista. Che poi mi indirizzò a una psicoterapeuta… Prendemmo insieme il cassetto della vita e lo svuotammo completamente e provammo a rimetterlo in ordine…

Oggi quel cuore di panna acida si è finalmente sciolto: lasciando vuoto il vuoto dentro il quale, dopo decenni, sono riuscita a guardare. Colpevoli presunti sono stati assolti. Alcuni li ho cercati per un sofferto regolamento di conti. Nessuno si era mai accorto di nulla. Perché semplicemente credeva che andasse bene così. Ogni tanto Mia oggi bussa, si affaccia, se sono un po’ più fragile mi rovina una serata, o magari due, ma non attacca più. Lei è banale. Io no. Non lo sono i miei amici. Non lo è l’uomo che mi ama. E che io amo senza l’apprensione di dover dimostrare qualcosa per forza.

Guarita? Non lo so. Ma più autentica. Vera. E luminosa. Questo sì. E sto bene.

Ro’

Bianca Neve

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Bianca si siede su uno degli scalini che portano all’ascensore, abbassa la fronte alle ginocchia ed evita di guardare intorno perché tutto gira e in momenti come quello le viene in mente una delle tante domande stupide che le fanno quando finisce in pronto soccorso.

Un filo di saliva scivola sul ginocchio. Lo pulisce con il bordo della giacca imprecando ancora tirandosi su, aiutandosi con il mancorrente. Getta un’occhiata alla buca delle lettere stracolma di pubblicità, buste… Magari c’è qualche bolletta, chissà da quanto tempo è lì.

Se solo riuscisse a piangere, sarebbe più facile, ma già sa che la fame vincerà sul pianto. Già il suo cervello è “in fissa” su cosa potrà trovare nel frigorifero, se non troverà nulla proverà a buttare giù ancora qualche sorso di amaretto direttamente dalla bottiglia, così crollerà sul letto e dormirà fino a quando qualcuno non la butterà giù dal materasso. Ultimamente Nico non lo fa più perché a casa ci sta sempre meno. Lei è convinta di fargli molto schifo e che vada a letto con altre donne. Lui e Bianca, probabilmente, si detestano, eppure si cercano ancora.

Lei si sentirebbe persa senza il suo riferimento e lui non avrebbe una donna da umiliare rinfacciandole tutti i suoi insuccessi, in un rapporto dove entrambi trovano forse eccitante il maltrattarsi. Una di quelle relazioni malate che potrebbero sopravvivere anche tutta la vita, proprio perché si alimentano del marcio di uno e dell’altro. Ma ora, ora la capacità di riflettere di Bianca è ridotta al lumicino; stanca, affamata di un appetito ambiguo e destinato a non essere mai saziato, sa che basterà arrivare a casa, aprire la porta, e Lei uscirà da qualche angolo oscuro e la dominerà di nuovo, si trova nel corpo e nello specchio ‘la bestia bifronte’, Mia e la sua voracità… Ana e i suoi sensi di colpa.

E sarà sempre lo stesso film, per questa Bianca Neve post moderna massacrata da reginette cattive, principi stupidi e ballerine maldestre… Una favola diventata incubo e dove la mela se mai c’è stata è solo una gran fregatura, come il veleno che contiene: non è bastato il bacio del principe del bisturi per guarirla. Anzi, nuove mele e nuovi morsi si susseguono, e i baci del principe sono diventati acidi quanto il veleno dal quale dovrebbero destarla.

Bianca piange molto e si detesta per questo; ancor di più perché negli ultimi anni ha cominciato a palesare e rinfacciare le cose negative che fa a Nico, o a Corrado, per farli sentire in colpa. Ma quelli non sentono, non provano nulla e rimbalzano al mittente ogni disperato tentativo maldestro di attirare l’attenzione.

Ana e Mia, l’anoressia e la bulimia, sono sue compagne da quando rubava il gelato dal frigo del bar sotto casa per ingurgitarlo sulle scale, di nascosto da tutti. Sono le compagnie di quel disturbo bipolare, vergognoso neo che fa girare da sempre la sua famiglia da un’altra parte. Imbarazzante, fastidiosa, antipatica. Quel mostro ben assortito di colori e sfumature l’accompagna da anni, ogni tanto la lascia in pace ma poi ritorna, rovina tutto e ingurgita tutto, affetti, lavoro, serenità, amori…

E soldi. Tanti ne aveva spesi tra medici, libri, ricoveri… E tanti non ne guadagnava più. Era inutile stare al mondo, ancor di più se non riusciva a produrre nulla di buono. Che poi, per lavorare in una rivista e disegnar fumetti, la follia poteva essere una referenza interessante… Folle e chic.

Si chiude la testa tra le mani, gomiti appoggiati alle ginocchia mentre implora il pianto. La bestia la spinge ad alzarsi. Qualcosa, in casa, deve essere rimasto oltre all’odore dell’acido del vomito coperto con i soliti spruzzi di deodorante per ambiente…


Estratto dal libro “La fame di Bianca Neve” di Rosanna Caraci (ed. Impremix, 2016)

Rosanna CARACI, giornalista e scrittrice ascolta, osserva e racconta. È quanto ha imparato in 25 anni di cronaca, lavorando nelle redazioni delle più importanti televisioni locali del Piemonte, conducendo tg e trasmissioni specializzate. Si occupa di comunicazione politica e istituzionale.