Gioia

Testimonianza Gioia

 

 

 

 

 


Una parola che ha sempre accompagnato la mia vita è VUOTO.

Ero solo una neonata la prima volta che mia madre mi abbandonò, scelse la droga a me. Gli unici ricordi con lei sono legati a delle comunità, alle liti in famiglia e ai consultori. A 7 anni già sapevo cosa voleva dire la parola metadone. Mio padre era assente, troppo preso da se stesso e dalle donne che frequentava, finché quando ebbi 11 anni lui fece un ictus e da allora non lo sentii più nominare il mio nome. Sulle mie spalle la responsabilità di essere una brava figlia per un padre disabile e una madre assente. Mi è stato insegnato a non disturbare, non parlare, se stavo male dovevo stare zitta e mandare giù. A 12 anni mia madre torno e mi volle con sé, solo fisicamente però. Perché da lei non ebbi mai una parola o un gesto affettivo. Mi allontanava, le devo fastidio. Trovò un uomo ed ebbe una figlia e io fui messa da parte di nuovo. Un fantasma in quella casa e un vuoto sempre più grande. Mandavo giù qualsiasi cosa, volevo soffocare la rabbia e il dolore, ma soprattutto il senso di colpa di essere nata. A scuola ero grassottella e per i mie compagni ero sempre “palla di lardo” e altri complimenti simili. Da lì imparai a zittire il dolore con il cibo per poi riversarlo nella tazza di un bagno. Vomitavo rabbia, vomitavo me stessa. Era un continuo equilibrio instabile come il funambolo sulla corda.

A 15 anni lavoravo come baby-sitter per non pesare a casa, il nonno delle bambine iniziò a riservarmi attenzioni un po’ troppo speciali finendo in una violenza che mi lacerò l’anima. Mi chiusi in me stessa e il mio corpo divenne uno scudo.

Un giorno incontrai quello che divenne il mio ragazzo per 9 anni. All’inizio un principe azzurro, che ben presto si trasformò in ranocchio. Anche da lui solo umiliazioni per il mio corpo, il suo essere felice dipendeva dal mio peso. Iniziarono i digiuni e i ricoveri. Lui mi diceva che ero pazza, ma non capiva che avevo solo bisogno di un po’ di amore.

A 20 anni me ne andai di casa, presi un appartamento in affitto e inizia a vivere in compagnia della depressione. Passavo le ore a mangiare. Non avevo più controllo. Un giorno mi guardai allo specchio, lo sguardo spento, non potevo continuare così. Chiesi aiuto e mi inviarono in una struttura dove conobbi persone meravigliose, ma non ero pronta a combattere i miei mostri, così dopo poco me ne andai. Uscita, iniziai ad avere problemi con l’alcool, volevo solo non pensare, probabilmente speravo solo di morire.

Toccai il fondo, fino a che incontrai il mio terapeuta, che con pazienza mi tirò fuori dal baratro. Ora sono viva e ho chiuso con il passato. Nessuno mi può riportare quegli anni, nessuno potrà far sparire le cicatrici che ho nell’anima. Nessuno mi ha mai amato, ma ora ho imparato a farlo io. Da quando mi amo, ho conosciuto persone speciali, delle amiche che sono diventate la mia famiglia e che mi hanno insegnato a sorridere. Io esisto, io voglio vivere. Io ho dei sogni e combatto per essi.

Uscirne si può, la vita è un dono, amatela. Anche nel più buio dei giorni può esserci il sole, perché il vero sole siete solo voi. Non esiste la perfezione, nessuno di noi è sbagliato, ognuno è unico. Uscite e respirate, quella è vita che vi entra dentro!

Gioia

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